martedì 16 dicembre 2025

Epistemia vs AI: l'Illusione del Sapere: quando la Forma batte la Verità


Stiamo assistendo a una crisi della conoscenza alimentata dall'Intelligenza Artificiale, che potremmo chiamare Epistemìa.

L'IA Generativa, pur essendo straordinariamente abile nel formulare risposte impeccabili, non è progettata per ricercare la verità (l'antica Episteme), ma la plausibilità linguistica. Il problema non è la delega di giudizi e ricerche alle macchine, ma la nostra fede cieca nei risultati.

L'output dell'AI "suona bene," è persuasivo, e questo ci induce a confonderlo con la conoscenza autentica. Accettiamo acriticamente queste risposte ben congegnate, convincendoci di sapere, quando in realtà stiamo solo abbracciando un'illusione linguistica. 

Secondo i filosofi greci, l'Episteme rappresentava la vera conoscenza, universale e giustificata. Oggi, la diffusione dei grandi modelli linguistici (LLM) ci ha condotti a un bivio epistemologico, dove l'Epistemìa è la nuova protagonista: un'illusione di sapere.

Questi modelli sono addestrati per generare testi fluidi e convincenti, il cui unico obiettivo è produrre un output che suoni bene. La loro missione non include la verifica assoluta del contenuto.

Quando affidiamo all'IA compiti di discernimento, come giudizi e valutazioni, e accettiamo la risposta generata come conoscenza provata, cadiamo nell'inganno. Se il risultato, pur linguisticamente perfetto, non viene sottoposto a verifica critica, si crea un disastro cognitivo.

Ci fidiamo di risposte che suonano giuste, delegando il nostro discernimento e la verifica delle fonti all'algoritmo. L'errore scatta quando non mettiamo in discussione l'output, scambiando l'efficacia comunicativa dell'IA per una verità accertata.

Siamo a rischio di una nuova malattia intellettuale: ovvero la pericolosa convinzione di essere informati semplicemente perché l'Intelligenza Artificiale ha fornito una risposta.



martedì 11 marzo 2025

Cos'è il Task Masking

Il Task Masking è una modalità di comportamento scorretto che molti giovani della Generazione Z tengono sul posto di lavoro per sembrare più impegnati di quanto siano.

Da quando le aziende hanno imposto ai dipendenti il ritorno in ufficio dopo anni di smart working post-pandemia, sostenendo a torto o a ragione che una maggiore presenza equivale a una maggiore produttività, alcuni giovani lavoratori, in una sorta di ribellione, fanno finta di lavorare simulando telefonate, facendo ragionamenti a voce alta davanti al computer e digitando rumorosamente sulla tastiera, in modo da sembrare super impegnati agli occhi dei responsabili.

Una rapida ricerca su TikTok evidenzia diversi video con consigli su come apparire impegnati in ufficio; tra i suggerimenti più frequenti ci sono: camminare velocemente con un computer portatile infilato sotto al braccio, digitare rumorosamente, partecipare a conf-call e meeting non reali con inesistenti colleghi e clienti.

L'importante è mascherare il vero carico di lavoro, facendosi notare da colleghi e responsabili per il grande impegno profuso, nella realtà molto più basso.

Le aziende che chiedono ai propri dipendenti di tornare in ufficio, inviano il messaggio "presenza equivale a produttività", che però stride con le convinzioni dei giovani lavoratori che lo vivono come un attacco alla vita privata e alla flessibilità a cui non si riesce più a rinunciare; secondo la Generazione Z "lavoro in presenza e risultati non sono strettamente collegati".